Il TESORO  del  RE  " PORSENNA "      

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           Plinio il Vecchio              Fra  leggenda e realta

      

            Era il 509 avanti Cristo. A governare Roma c'era Tarquinio il Superbo da poco cacciato dalla città. Fu lui a chiedere agli etruschi di attaccare la sua città per aiutarlo a riprendere il potere Porsenna, in quell'anno re della dodecapoli etrusca, attacca Roma e la conquista.  Le condizioni: disarmo e divieto di uso del ferro eccetto che per la costruzione di strumenti agricoli. Inoltre Lucumone chiede ai romani di offrire, in segno di riconoscimento al vincitore, un trono d'avorio, un manto regale, uno scettro ed una corona d'oro, tutti simboli della regalità  etrusca.Il suo dominio è liberale: egli lascia "il governo che trova" e non riporta Tarquinio al potere. Nonostante questo ci sono documenti che richiamano alla sua figura, talmente temuta anche dal Senato romano che lascia impietriti i suoi membri.La sua fama non è legata, comunque, solo all'episodio della conquista di Roma.Porsenna è ancora vivo nelle leggende del sud della Toscana, nelle favole che vengono raccontate ai bambini, nel sogno di una civiltà ancora avvolta, proprio come il suo più famoso re, nel mistero.Non poteva mancare l'aggettivo "misterioso" anche per la sua tomba ed il suo mausoleo che, secondo la leggenda supportata da resoconti di storici latini, è colma di tesori.Ecco il secondo protagonista della pellicola: il mausoleo di Porsenna. Proprio come l'arca dell'alleanza nei film di Indiana Jones.

Il testo di maggiore interesse per "conoscere" il mausoleo è la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio che sostiene di aver avuto notizia del mausoleo da un manoscritto di Marco Terenzio Varrone. Segue un brano dalla Naturalis Historia XXXVI, 13 riportato da quasi tutti coloro che nel tempo si sono occupati del mistero della tomba di Porsenna.Esistono ancora le sue vestigia, mentre di quello cretese e italico non rimangono tracce… E ora conviene parlare di quello italico che Porsenna re d'Etruria fece per se a scopo di sepoltura e al tempo stesso perché anche dagli italici fosse superata la vanità dei re stranieri. Ma poiché la favolosità supera ogni immaginazione, ci serviremo della descrizione, delle parole di Varrone stesso: Fu sepolto, egli dice, sotto la città di Chiusi;

                                         

nel qual luogo lasciò un monumento (quadrato) di pietra squadrata; ciascun lato era largo 300 piedi e alto 50; dentro questa base quadrata un labirinto inestricabile nel quale se qualcuno entrava non poteva trovare l’uscita senza un gomitolo di filo. Sopra questo quadrato stanno 5 piramidi, 4 agli angoli, una in mezzo; in basso larghe 75 (?) (quinûm septuagenûm) piedi, alte 150, inclinate in modo tale che in cima a tutte è collocato un globo di bronzo ed un unico “petasus” (cappello da viaggio con falde, una cupola?), dal quale pendono campanelli tenuti da catene, i quali, agitati dal vento, mandano i suoni lontano come un tempo fu fatto a Dodona. Su questo globo stanno al di sopra quattro piramidi, alte ciascuna 100 piedi. Sopra queste, in un'unica base, cinque piramidi delle quali Varrone ebbe vergogna a dare l’altezza. Le favole etrusche tramandano che l’altezza fosse la medesima di tutto quanto l’edificio, e che pertanto l’avere cercato la gloria con stolta pazzia non fu di giovamento a nessuno. E inoltre che si esaurirono le forze del regno soltanto perché la lode dell’artefice fosse maggiore…".

Questa descrizione non convince più gli storici che ritengono quasi unanimemente che i romani abbiano proseguito anche in questo caso con la loro propaganda "negativa" volta a sradicare dalla storia la figura del re etrusco che era riuscito a soggiogare Roma e la cui figura ancora primeggiava nel ricordo delle popolazioni di derivazione etrusca.

Forse, la chioccia e i cinquemila pulcini d'oro, il cocchio con i 12 cavalli d'oro non sono reali; forse le dimensioni del mausoleo sono da rivedere.

Una cosa parrebbe certa: quel "sub" usato da Plinio non vorrebbe dire "sotto Chiusi" ma "davanti Chiusi". E questo ha aperto nuove strade agli archeologi e agli appassionati "cercatori di tesori" alla Indiana Jones.

“Il re Porsenna giace sepolto “davanti” ad alla città di Chiusi, in un luogo far Chiusi e la Solaia; da dove si guarda Chiusi e si domina Roma…" Le pianacce, forse?Ed ecco il terzo protagonista della storia: il luogo in cui la storia di Porsenna uomo ha avuto fine - almeno in questo film - e dove il suo mito ha avuto inizio. Il mito Porsenna si incrocia con il mito mausoleo e con il fascino di un tesoro nascosto che attende ancora di essere trovato.

  
                                                       Risultati immagini per mausoleo di Porsenna

Alla ricerca di questo tesoro si sono impegnati in tanti... anche attraverso nuovi documenti. Si può fare il nome di Pomponio Mela ( 200 a. C.). Il contributo di questo "visionario" è stato trovato da Stefano Romagnoli - uno dei protagonisti più recenti di questa cinematografica storia - durante una delle sue incursioni nella biblioteca della Bonifica della Valdichiana.

Nel volume trovato da Romagnoli, viene confermata la descrizione della locazione del mausoleo fornita dal Varrone, ma vengono smentite clamorosamente le misure. A tradurre dal latino questo volume, per dovere di cronaca, diciamo che è stato il celebre Gismondo Tagliaferro, autore del libro "Tombaroli si nasce" diventato un vero must per gli appassionati di archeologia.

“Uscii dalla Città e scesi nella valle lungo il sentiero da cui un tempo ero venuto – è il protagonista della vicenda narrata da Pomponio Mela, Turms Porsenna, che parla - Io non scelsi la strada facile, che conduce alla montagna sacra, quella usata dai tagliapietre, bensì la Scala Santa fiancheggiata dai pilastri di legno dipinti… In silenzio oltrepassai l’ingresso alle tombe segnate dai tumuli di pietra e prima di toccare la vetta, mi “imbattei” anche nella Tomba di mio Padre. Dinnanzi a me, in ogni senso, si stendeva vasta la mia terra con le sue fertili vallate e le sue boscose colline. A settentrione luccicavano le acque azzurro cupo del mio lago, a occidente si levava il “cono tranquillo” ch’è la montagna della dea, dirimpetto si stendevano le dimore eterne dei trapassati…”.

La terra descritta, ancora una volta, sembra essere la zona compresa tra Chiusi e Sarteano. Il lago a nord, il “cono tranquillo” che è la montagna di Cetona ad ovest; le strade usate dai tagliapietre, e cioè le vie cupe (Via Inferi) che portavano dalla cava di travertino di Sarteano delle “Pianacce” a Chiusi; la valle con le tombe dei trapassati, “Costolaie e San Giuseppino”. Il figlio di Porsenna dice di essersi “imbattuto” nel mausoleo del padre che, evidentemente, non poteva essere alto 170 metri e poggiare su un basamento di m. 89 X 89 X 89: se queste misure fossero state reali il narratore avrebbe visto il mausoleo da molti chilometri di distanza, ovunque si fosse trovato in tutta la Valdichiana.

Chissà se sapeva tutto questo Papa Pio II quando fece visita a Chiusi per rintracciare la tomba di Porsenna!

Eh si... c'è anche un Papa in questa storia! Enea Silvio Piccolomini, l'illuminato papa che diede vita a Pienza, la città simbolo dell'Umanesimo.

Come lui sono stati in tanti a mettersi a caccia del mausoleo del Lucumone e molti nomi si incrociano in questa mirabolante storia mista a leggenda.

Dai tempi remoti facciamo un salto mirabolante - con l'ausilio di una macchina del tempo e di un prolungato effetto dissoluzione - e giungiamo a solo poco più di 13 anni fa quando, per la prima volta, torna forte il nome di Porsenna.

Torniamo al 1995 esattamente, quando in un libro si anticipava l’ubicazione di oltre 100 “nuove” tombe etrusche ancora da scoprire, in un’area circoscritta fra Sarteano e Chiusi. Ed ecco il quarto protagonista di questa storia: il libro.

"Io citto, tu citta – i segreti nascosti nelle terre di Porsenna". Questo è il titolo del libro scritto da Stefano Romagnoli mai dato alle stampe.

Questo libro, infatti, non può esser pubblicato perché, se lo fosse, rileverebbe a tutti la locazione esatta di più di un centinaio di tombe, oltre a quella di Porsenna, che ancora non sono state rinvenute. Un fatto che spinse gli autori del volume a consegnarlo, accompagnato da un esposto che denunciava le scoperte, alla Procura della Repubblica di Montepulciano. Un'autodenuncia degli autori per garantire il patrimonio dello Stato e, contemporaneamente, per tutelare il primato della scoperta.

L’esposto fu anche inviato al Ministero dei Beni Culturali, alla Soprintendenza per la Toscana, a tutti gli Enti preposti ed, anche, al Presidente della Repubblica.

Per tutta risposta, l’allora Soprintendente della Toscana, denunciò i tre autori del libro per millanteria e probabili ricerche non autorizzate. La Procura avviò delle indagini per appurare se fossero stati fatti scavi abusivi non consentiti.

Una Commissione guidata dal Procuratore della Repubblica Federico Longobardi; dal CTU della Procura della Repubblica, il Professor Angelo Vittorio Mira Bonomi; dall’ispettore Onorario per i beni archeologici, Giulio Paolucci e da altre autorità per la tutela del patrimonio archeologico, nonché dalle forze dell’ordine e dallo stesso Romagnoli e dai suoi due amici. Furono effettuati dei sopralluoghi in 14 siti enunciati nel libro. Tra questi 14 siti era compreso il Pianoro delle Pianacce, quello in cui è stata ritrovata la tomba della Quadriga Infernale e l'ultima scoperta annunciata solo qualche giorno fa.

Dalla scoperta della tomba fatta dall'archeologo Methz negli anni '50 e fino al momento del sopralluogo le Pianacce erano state ignorate dagli studi archeologici. Ingorate al punto che parte del pianoro era stato adibito a zona edificabile, sia per edifici privati che artigianali.

Per ogni presunta struttura ancora sepolta ed indicata sul libro vennero presi appunti e misure: dati completi di oltre 300 fotografie ritraggono Romagnoli ed i suoi amici - De Ieso e Pellegrini - mentre indicano con l’indice il punto esatto dove scavare per riscoprire i tesori ancora sepolti. A verbale, da parte loro, i rappresentanti della Soprintendenza della Toscana, dichiararono e firmarono che non poteva esserci nulla in nessuno di quei 14 posti, compreso il numero 8 (il Pianoro delle Pianacce). Al contrario, il CTU della Repubblica, Angelo Vittorio Mira Bonomi, diede come attendibili circa il 60% delle scoperte presunte nel libro. Una dichiarazione che fu presa in seria considerazione dalla Procura che, infatti, dopo aver redatto un verbale per ogni singolo sito, archiviò il caso perché il libro era attendibile e, quindi, non era stato commesso nessun millantamento; che non era stato messo a rischio il patrimonio culturale e, inoltre, che non erano stati eseguiti scavi o ricerche non autorizzate ma solo ricerche storico scientifiche.

Il film, a questo punto, dopo aver sfiorato il genere poliziesco prende la piega più strana e "inverosimile". I tre autori del libro, infatti, vengono ignorati da tutti meno che dalla stampa. Dai giornali locali fino a quelli nazionali come "Corriere della Sera" fino alla Rai.

A fare clamore fu, senza dubbio, la magica, mitica parola: Porsenna.

Sempre il favoloso re che domina nei sogni dei ricercatori, degli appassionati di storia antica... e, persino, dei magnati. Proprio come quel filantropo giapponese che, pare, proprio all'epoca del boom mediatico, propose di finanziare gli scavi per l'individuazione della tomba.

Intanto i tre appassionati scrittori erano diventati "visionari", pazzi, da emarginare...  il silenzio era tornato a cullare il sonno del Lucumone.

Fino al 2003: nuovo colpo di scena. In quell'anno viene alla luce la splendida tomba della Quadriga Infernale, sul pianoro delle Pianacce. Una scoperta che ha inserito Sarteano tra i centri più importanti di tutto il mondo estrusco.

E si torna, dopo qualche anno dai sopralluoghi della Procura, proprio in quel luogo protagonista della storia... in quel punto che appare così "azzeccato" rispetto alle descrizioni sulla ubicazione del mausoleo di Porsenna. Romagnoli credeva, all'epoca, di aver individuato la tomba di Porsenna... si era sbagliato! Quella era la Quadriga Infernale. Altro colpo di scena!

Si torna a scavare alle Pianacce, a pochi metri dalla splendida tomba rinvenuta cinque anni fa. E, precisamente, all’ingresso delle pianoro - se si arriva da Chiusi percorrendo la “via degli Inferi” che è una strada indicata nel libro già citato (già protagonista).

Anche sulla “strada” ancora non valorizzata ci sarebbe molto da dire. Romagnoli parla di una via formata da un selciato composto di grandi pietre irregolari che si inerpica fra rocce che sembrerebbero tagliate all’uopo e che, da Chiusi, portava alle necropoli delle Pianecce e della Solaia; necropoli che sono situate, rispettivamente, prima e dopo Sarteano. Una strada sacra e particolarmente importante perché lì – “…sub urbe Clusium…”, come scrive Terenzio Marco Varrone – c'era il mitico mausoleo che annuncia la tomba del grande Lucumone delle 12 lucumonie che componevano l’intera Etruria; la tomba, quindi, del grande Re di tutti gli Etruschi che, come ormai tutte le recenti scoperte sembrano confermare, per primo sconfisse e governò anche su Roma!

La favola del mausoleo torna a far sognare e riempie di emozione l'annuncio della Dottoressa Alessandra Minetti, direttore del Museo civico archeologico di Sarteano, che spiega di aver trovato delle fondamenta di un importante monumento, a mezzaluna e della larghezza di metri 16, risalente al V secolo prima di Cristo. Un monumento funebre su cui sarebbero stati esposti i corpi dei morti durante le cerimonie funebri; ma, “che nulla centra con Porsenna”. Pure, su quell'area sono state trovate tombe del quarto e terzo secolo avanti Cristo. Se quella è una struttura del quinto secolo vuol dire che, in quell'area, non sono ancora state trovate le tombe che risalgono a quella struttura, al culto di quei morti che, certo, avranno avuto immediata sepoltura...

Qui la storia si interrompe. Sullo schermo appare la parola "intervallo" e le luci in sala si accendono.

Resta un sentimento di sconforto contro la cultura accademica che, a distanza di oltre tre anni dal ritrovamento, non ha ancora soddisfatto l'ansia di sapere la fine di una storia bellissima, avvincente, piena di colpi di scena...

Probabilmente, seppure fosse in quel luogo esatto, non si troveranno (…) tracce del mausoleo di Porsenna. Pensare che i romani abbiano lasciato intatto il monumento simbolo del loro nemico è decisamente impensabile.

Il network dei 1000 e più tombaroli della valdichiana, invece,  è attivo come forse non lo è  mai stato prima e, grazie a Dio, molti di loro sono convinti che “qualche traccia” del mitico re ancora resta  nascosta nello spazio tra Sarteano e Chiusi...

Del resto, c'è ancora chi rincorre l'arca dell'Alleanza. Chi aspetta di scoprire la seconda sfinge nella piana di Giza.

Il sogno ... non c'è tesoro più grande.   

IVAN MEACCI  (Facembook il mausoleo di Porsenna )

 
 
 
                             

     L'ANELLO NUNZIALE  della VERGINE MARIA

Si trova a Perugia dal 1473 ed è tagliato in pietra di quarzo calcedonio, ma già dalla fine del secolo X si trovava a Chiusi proveniente da Gerusalemme. Secondo la tradizione, la Vergine lo avrebbe consegnato all’apostolo Giovanni prima di morire. Poi non si sa come arrivò nelle mani di un commerciante di Gerusalemme che lo vendette a un orafo di Chiusi. La leggenda dell’arrivo dell’anello a Chiusi è riportata in un codice dell’XI secolo conservato nella Biblioteca Angelica di Roma ritrovato dal padre Giovanni Crisostomo Trombelli che la trascrisse nell’anno 1765 nella sua opera ‘Mariae sanctissimae vita ac gesta cultusque illi adhibitus

Ugo Tuscia, duca di Toscana aveva sposato Giuditta, una nipote dell’imperatore Ottone III. Un orefice di Chiusi di nome Ranieri nel 985 ebbe notizia che un giudeo romano di ritorno dall’Oriente aveva portato con sé vari gioielli e pietre preziose. La duchessa lo mandò a Roma con l’incarico di comprarle dei buoni gioielli. E così fece. Il giudeo, per ringraziarlo della buona vendita, regalò all’orefice un anello di onice di modesta fattura. Ranieri inizialmente credeva che si trattasse di una burla ma il giudeo gli disse che quell’anello era così prezioso che non avarebbe potuto comprarlo neanche con tutto il denaro del mondo, perché era l’anello col quale Giuseppe sposò Maria di Nazareth. Era stato tramandato dai suoi avi e benché non professassero il cristianesimo, lo avevano sempre conservato con grande rispetto. Gli disse di conservarlo in un luogo degno e di essergli devoti. L’orefice non credette molto alle parole del giudeo e quando tornò a Chiusi lo mise in una cassetta insieme ad altre cose e lo dimenticò.  Dopo alcuni anni morì il suo unico figlio. Ma durante il funerale avvenne un prodigio: il fanciullo aprì gli occhi e si mise seduto sulla bara. Raccontò di essere arrivato alle porte del paradiso e di aver visto la Madonna che gli disse di ritornare da suo padre per convincerlo che doveva credere a quello che gli era stato detto a proposito dell’anello. Così dicendo prese una cassetta che era stata posta alla testa della bara, la aprì e ne tirò fuori l’anello. Poi disse che sarebbe tornato in cielo ma che l’anello doveva essere conservato nella chiesa di Santa Mustiola. E così l’anello fu subito esposto alla venerazione dei fedeli in detta chiesa.

                      SPOSALIZIO DI MARIA

La cosa certa è che l’anello risulta custodito nella chiesa di Santa Mustiola fin dal 989, anche se la data potrebbe non essere precisa. Poi nel 1251 fu spostato, per ragioni di sicurezza perché la chiesa era fuori le mura, nella cattedrale di San Secondiano. Un ulteriore spostamento avvenne nel 1420, alla chiesa di San Francesco. Nel XV secolo l’anello si trovava ancora a Chiusi, presso i frati francescani, ma nel 1473 fu trafugato da uno degli stessi frati, Winter da Magonza, di origine tedesca, che forse decise di portarlo nel suo paese.

Il frate tedesco era molto risentito con i chiusini perché, a quanto pare, lo avevano ingiustamente accusato di rubare alcuni calici, e per questo lo avevano chiuso in carcere per quaranta giorni e persino torturato. Rubare il famoso cimelio sarebbe stata la sua vendetta. Durante la fuga da Chiusi, una fitta nebbia lo bloccò a Perugia e così decise di lasciare in quel luogo la reliquia, pentito di quello che aveva fatto. La diede ad un suo amico, Luca delle Mine, che a sua volta la consegnò ad un decemviro della città, nel Palazzo dei Priori. Non appena scoperto il furto il vescovo di Siena andò a Perugia a protestare ma il magistrato non restituì l’anello perché considerava che l’arrivo a Perugia della reliquia era un dono della Provvidenza e così doveva essere. Invani furono tutti i seguenti tentativi di restituzione. Si diede subito la notizia al papa Sisto IV dell’arrivo dell’anello a Perugia ed il papa non solo diede la sua benedizione ma ne autorizzò anche l’ostensione ufficiale.

Quanto a Frate Winter, questi fu arrestato, e nonostante il suo pentimento, nel 1474 fu processato e condannato al carcere.

                      Catedral_de_perugia

Per alcuni anni l’anello fu conservato nella Cappella dei Decemviri del Palazzo dei Priori e poi, non appena fu terminata la cattedrale, nel 1488, fu affidato ai canonici della Compagnia di San Giuseppe e conservato nello stesso Duomo, intitolato a San Lorenzo, nella Cappella di San Giuseppe dedicata al Santo Anello, dove è ancora custodito e venerato. L’anello non si mosse più da Perugia, tranne un certo periodo di tempo nel quale il papa Sisto IV riuscì a portarlo a Roma e fu poi restituito da Innocenzo VIII.

L’anello, di colore verde chiaro traslucido, è di calcedonio anche se in precedenza si credeva che fosse di onice. E’ custodito in un prezioso reliquiario, opera degli orafi perugini Bino di Pietro e Federico e Cesarino del Roscetto, conservato in due cassaforti, una in legno e l’altra in ferro, poste in una camera a otto metri di altezza sopra l’altare e protette da un frontale di legno. Per aprirle sono necessarie 14 chiavi, sette delle quali sono conservate dal Comune, quattro dai canonici della Cattedrale, una dall’arcivescovo, una dal Nobile Collegio del Cambio e una dal Collegio della Mercanzia. L’anello è sospeso ad una catenella d’oro, all’interno del reliquiario, a sua volta attaccata ad una corona d’argento dorata con incastonate delle pietre preziose.

         https://nicolettadematthaeis.files.wordpress.com/2013/10/cassa-anello.jpg

La reliquia si espone nei giorni 29 e 30 luglio, in occasione della festa del Santo Anello ossia nella memoria liturgica dello sposalizio della beata Vergine Maria ed anniversario dell’arrivo a Perugia della Reliquia, ed anche il 12 settembre, festa del Santissimo Nome di Maria. La cerimonia è conosciuta con il nome de ‘La calata del Sant’Anello’: dopo l’apertura delle casseforti il reliquiario viene ‘calato’ al piano dell’altare della cappella attraverso un procedimento meccanico a forma di nuvola argentea, seguito dalla solenne ostensione (vedi anche un meccanismo simile nel Duomo di Milano per portare giù il Sacro Morso). Ultimamente viene anche ritrasmessa in diretta su maxi schermi collocati nella cattedrale e fuori.

                                                             OLYMPUS DIGITAL CAMERA  La tradizione che attribuisce l’anello alla vergine Maria non ha un reale fondamento anche se l’esame gemmologico del 2004 determina che è un manufatto orientale del I secolo d.C. e la sua funzione potrebbe essere stata quella di un anello-sigillo.

                                   reliquiario anelloLa forte determinazione di Perugia di impossessarsi di una reliquia così importante (perché questo ha tutta l’aria di un furto su ordinazione) poteva essere quella di approfittare della sua posizione geografica che la situava in una zona di passaggio dei pellegrini che da Roma andavano ad Assisi e viceversa. L’anello avrebbe fatto di Perugia non più una zona di solo passaggio ma anche di visite devozionali con il conseguente beneficio econonomico. A partire dal 1487 venne fondata la Confraternita dell’Anello che istituzionalizzava la venerazione della reliquia. Questo, insieme alla fondazione della compagnia di San Giuseppe da parte di Fra Bernardino da Feltre contribuì all’istituzione del culto della Sacra Famiglia.

Ci troviamo di fronte a una reliquia considerata come un elemento di unione tra esponenti religiosi e laici, che oltrepassa il solo valore devozionale e religioso per diventare un simbolo con il quale tutta la città si identifica. Lo dimostra anche il fatto che la festa del Santo Anello è inserita nel calendario dei percorsi storico-artistici dell’estate perugina organizzata dal Comune, che a sua volta vanta di aver custodito inizialmente la reliquia nella cappella del Decemviri del Palazzo Comunale dei Priori.

Per correttezza diremo che anche altri luoghi vantano (o vantavano) di possedere l’anello nuziale della Vergine Maria: l’Abbazia del SS. Salvatore di Anchin, il Priorato di Semur-en-Aurois in Borgogna e a Roma la chiesa di Santa Maria in Via Lata (ma quest’ultima non più). A Notre Dame di Parigi, invece, pare siano conservati gli anelli di fidanzamento di Giuseppe e Maria……

 Autrice :    L'ANELLO NUNZIALE  della VERGINE MARIA

Nicoletta De Matthaeis

Nicoletta De Matthaeis è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università La Sapienza di Roma.                                                    E’ una grande appassionata di arte medievale, soprattutto arte romanica, preromanica e paleocristiana, a cui ha dedicato                            buona parte della sua vita. Attualmente vive a Madrid e recentemente ha scritto il libro uno dei piú importanti portali dedicati all’arte romanica attualmente esistenti, disponibile aprendo questo link.

Il mondo delle reliquie cominciò a incuriosirla qualche anno fa, dovuto anche alla grande quantità di esse, ed anche importanti, che nasconde Roma. Questa curiosità l’ha portata poco a poco ad analizzare questo mondo così complesso, che suscita amori ed odi, ma che indubbiamente ha un peso specifico molto grande nella nostra storia, non solo dal punto di vista religioso, ma soprattutto politico ed economico. Questo blog si propone di far scoprire, poco a poco, questo mondo misterioso ed appassionante.

Per contatti scrivere al seguente indirizzo e-mail nicoldm@telefonica.net

 

Mustiola non ha una configurazione precisa: nei vari documenti talvolta appare come una matrona chiusina ricca e benefica, più spesso invece una fanciulla mite, dolce, ma intrepida nelle fede. Così la immagina la gente e così è rappresentata dai pittori. Comunque viene il momento in cui a Roma si trova in una difficile situazione, essendo una scomoda testimone e anche, forse, già cristiana. Qui comincia il suo viaggio verso Chiusi. Chi dice che partisse da Roma perseguitata, chi ispirata da Dio, altri perché non gradita a corte, volle ritirarsi nella città dove pare avesse dei beni e delle terre, passando per Sutri, dove incontrò Ireneo, Diacono che si dedicava al seppellimento dei Martiri e alla custodia delle loro tombe. Secondo altre versioni il compagno di Mustiola sarebbe Felice: non ci addentriamo in queste tormentose discussioni, irrilevanti per il nostro argomento.

Vero è che a Sutri esiste un culto di S. Mustiola, che è detta dulcissima. Quanto sia durato il viaggio, quanto abbia soggiornato a Chiusi è impossibile stabilire. A Cesareto, presso Panicale, la tradizione indica una pietra sulla quale la Santa avrebbe lasciato l'impronta del suo piede durante il suo passaggio. Nella città la Santa sarebbe vissuta aiutando i poveri e soprattutto, visitando e assistendo i carcerati, cosa che implica un periodo d'una certa consistenza.

A Chiusi avrebbe portato, secondo una tarda versione della leggenda, un anello che sarebbe stato quello di sposa della Vergine, offrendolo al culto della città.
Come si è detto la fantasia degli artisti e quella popolare la immaginano giovane, bella, ricca fanciulla romana, imparentata con la corte e destinata a un matrimonio con un potente personaggio. Essendo cristiana essa si ribella rifiutando le nozze e si nasconde a Chiusi dedicando la sua vita a Cristo e, alla preghiera e alla carità. Qui però la raggiunge la vendetta dell'imperatore che l'uccide senza riuscire a piegarla.

La traversata del Lago
Il miracolo più noto della Santa è la traversata delle acque sopra il suo mantello, un topos dell'agiografia e altri Santi hanno nelle loro vite questo prodigio. Particolare di questa Santa è la scia che lasciò nell'acqua il suo passaggio e si dice ricompaia nella notte della sua festa, ovvero all'alba del 2 luglio.

Inseguita dai soldati romani Mustiola si trova davanti alle acque del Lago di Chiusi che le sbarrano il cammino. La Santa allora stende il suo mantello sulle onde, vi sale sopra e attraversa facilmente le acque, sottraendosi alla furia dei persecutori.

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  SANTA  MUSTIOLA   

LA TRAVERSATA  del  Lago                                                                         

Mustiola non ha una configurazione precisa: nei vari documenti talvolta appare come una matrona chiusina ricca e benefica, più spesso invece una fanciulla mite, dolce, ma intrepida nelle fede. Così la immagina la gente e così è rappresentata dai pittori. Comunque viene il momento in cui a Roma si trova in una difficile situazione, essendo una scomoda testimone e anche, forse, già cristiana. Qui comincia il suo viaggio verso Chiusi. Chi dice che partisse da Roma perseguitata, chi ispirata da Dio, altri perché non gradita a corte, volle ritirarsi nella città dove pare avesse dei beni e delle terre, passando per Sutri, dove incontrò Ireneo, Diacono che si dedicava al seppellimento dei Martiri e alla custodia delle loro tombe. Secondo altre versioni il compagno di Mustiola sarebbe Felice: non ci addentriamo in queste tormentose discussioni, irrilevanti per il nostro argomento.

Vero è che a Sutri esiste un culto di S. Mustiola, che è detta dulcissima. Quanto sia durato il viaggio, quanto abbia soggiornato a Chiusi è impossibile stabilire. A Cesareto, presso Panicale, la tradizione indica una pietra sulla quale la Santa avrebbe lasciato l'impronta del suo piede durante il suo passaggio. Nella città la Santa sarebbe vissuta aiutando i poveri e soprattutto, visitando e assistendo i carcerati, cosa che implica un periodo d'una certa consistenza.

A Chiusi avrebbe portato, secondo una tarda versione della leggenda, un anello che sarebbe stato quello di sposa della Vergine, offrendolo al culto della città.
Come si è detto la fantasia degli artisti e quella popolare la immaginano giovane, bella, ricca fanciulla romana, imparentata con la corte e destinata a un matrimonio con un potente personaggio. Essendo cristiana essa si ribella rifiutando le nozze e si nasconde a Chiusi dedicando la sua vita a Cristo e, alla preghiera e alla carità. Qui però la raggiunge la vendetta dell'imperatore che l'uccide senza riuscire a piegarla.

La traversata del Lago
Il miracolo più noto della Santa è la traversata delle acque sopra il suo mantello, un topos dell'agiografia e altri Santi hanno nelle loro vite questo prodigio. Particolare di questa Santa è la scia che lasciò nell'acqua il suo passaggio e si dice ricompaia nella notte della sua festa, ovvero all'alba del 2 luglio.

Inseguita dai soldati romani Mustiola si trova davanti alle acque del Lago di Chiusi che le sbarrano il cammino. La Santa allora stende il suo mantello sulle onde, vi sale sopra e attraversa facilmente le acque, sottraendosi alla furia dei persecutori.

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Santa Mustiola è una delle più antiche Sante toscane, il cui culto in passato è uscito anche dai confini regionali e ora ha il suo centro a Chiusi, mentre altre località mantengono il nome e la tradizione della Santa. Propriamente il nome latino è Mustìola: così si sente correttamente pronunciare dagli studiosi, ma a Chiusi, come altrove nei dintorni, è chiamata Mustiòla e quasi mai Mustìola. Si trova anche Mostiòla. Il nome potrebbe derivare da a musto, da musca, da mus, oppure dalla famiglia dei Mustii.

La leggenda di Mustiola, sempre viva a Chiusi, è antichissima, da assegnare tra la prima e la seconda evangelizzazione della Toscana. Non ha contorni ben definiti, anche se ha elementi fondamentali indiscutibili: le catacombe cristiane di Chiusi che portano il suo nome, le lapidi antichissime, la leggenda del Santo Anello, la scia del Lago di Chiusi. Il Martirologio diceva un tempo di lei: «Clusii in Etruria sanctorum martyrum Irenaei diaconi et Mustìolae matronae, qui sub Aureliano Imperatore diversis atrocibusque suppliciis cruciati, coronam martyrii meruerunt». (Martyrologium romanum Gregorii XIII..., Venezia 1802). «A Chiusi, in Toscana festa dei Santi martiri Ireneo diacono e della matrona Mustiola, che ebbero la corona di martiri sotto l'imperatore Aureliano, dopo essere stata tormentati con molte atroci torture».

Anche se vi sono tracce e segni della sua esistenza, gli eventi della vita sono da assegnarsi alla leggenda e anche a questo proposito a noi interessa più quello che la comunità dei cristiani ha letto e sentito nella sua figura, attraverso simboli, attribuzioni, fatti, fenomeni naturali. Questo a noi interessa e tralasciamo ogni discussione sulla storicità, la cronologia, la documentazione che sono state già oggetto di studi e ognuno può recuperare con la bibliografia sommaria che segnaliamo.

Nessuna leggenda nasce su nulla e anche i bollandisti, inflessibili inquisitori delle agiografie, se hanno messo in discussione gli aspetti leggendari, non hanno dubitato affatto dell'esistenza di Santa Mustiola, che è stata tolta dal Calendario liturgico della Chiesa e lasciata ai culti locali. È comunque una Santa che ha un culto antico e consolidato, vicina ai tempi apostolici e che ancora segna della sua presenza la spiritualità di diverse zone.
Anticamente S. Mustiola era festeggiata il 23 novembre: i codici del vecchio Martirologio Geronimiano concordano su questo giorno. Successivamente la data si sposta al 3 luglio, forse seguendo il giorno di una traslazione del corpo della Santa. La gente dice che sia il giorno nel quale Mustiola attraversò il Lago di Chiusi, dove in tale giorno oggi ancora apparirebbe la scia.

La leggenda
Secondo la leggenda, la cui prima versione è contenuta in una passio, la cui compilazione risalirebbe alla prima metà dell'VIII secolo, Mustiola sarebbe venuta dall'Illirico con l'Imperatore Marco Aurelio Claudio il Gotico, originario della Dalmazia, suo cugino, salito al trono nell'anno 268, il quale regnò solo due anni. Alla sua morte il Senato romano avrebbe dichiarato imperatore Quintilio, fratello di Claudio, ma l'esercito, acclamando imperatore Aureliano, fa regnare il nuovo sovrano, che muore diciassette giorni dopo la sua elezione.

Mustiola non ha una configurazione precisa: nei vari documenti talvolta appare come una matrona chiusina ricca e benefica, più spesso invece una fanciulla mite, dolce, ma intrepida nelle fede. Così la immagina la gente e così è rappresentata dai pittori. Comunque viene il momento in cui a Roma si trova in una difficile situazione, essendo una scomoda testimone e anche, forse, già cristiana. Qui comincia il suo viaggio verso Chiusi. Chi dice che partisse da Roma perseguitata, chi ispirata da Dio, altri perché non gradita a corte, volle ritirarsi nella città dove pare avesse dei beni e delle terre, passando per Sutri, dove incontrò Ireneo, Diacono che si dedicava al seppellimento dei Martiri e alla custodia delle loro tombe. Secondo altre versioni il compagno di Mustiola sarebbe Felice: non ci addentriamo in queste tormentose discussioni, irrilevanti per il nostro argomento.

Vero è che a Sutri esiste un culto di S. Mustiola, che è detta dulcissima. Quanto sia durato il viaggio, quanto abbia soggiornato a Chiusi è impossibile stabilire. A Cesareto, presso Panicale, la tradizione indica una pietra sulla quale la Santa avrebbe lasciato l'impronta del suo piede durante il suo passaggio. Nella città la Santa sarebbe vissuta aiutando i poveri e soprattutto, visitando e assistendo i carcerati, cosa che implica un periodo d'una certa consistenza.

A Chiusi avrebbe portato, secondo una tarda versione della leggenda, un anello che sarebbe stato quello di sposa della Vergine, offrendolo al culto della città.
Come si è detto la fantasia degli artisti e quella popolare la immaginano giovane, bella, ricca fanciulla romana, imparentata con la corte e destinata a un matrimonio con un potente personaggio. Essendo cristiana essa si ribella rifiutando le nozze e si nasconde a Chiusi dedicando la sua vita a Cristo e, alla preghiera e alla carità. Qui però la raggiunge la vendetta dell'imperatore che l'uccide senza riuscire a piegarla.

La traversata del Lago
Il miracolo più noto della Santa è la traversata delle acque sopra il suo mantello, un topos dell'agiografia e altri Santi hanno nelle loro vite questo prodigio. Particolare di questa Santa è la scia che lasciò nell'acqua il suo passaggio e si dice ricompaia nella notte della sua festa, ovvero all'alba del 2 luglio.

Inseguita dai soldati romani Mustiola si trova davanti alle acque del Lago di Chiusi che le sbarrano il cammino. La Santa allora stende il suo mantello sulle onde, vi sale sopra e attraversa facilmente le acque, sottraendosi alla furia dei persecutori.

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Mustiola non ha una configurazione precisa: nei vari documenti talvolta appare come una matrona chiusina ricca e benefica, più spesso invece una fanciulla mite, dolce, ma intrepida nelle fede. Così la immagina la gente e così è rappresentata dai pittori. Comunque viene il momento in cui a Roma si trova in una difficile situazione, essendo una scomoda testimone e anche, forse, già cristiana. Qui comincia il suo viaggio verso Chiusi. Chi dice che partisse da Roma perseguitata, chi ispirata da Dio, altri perché non gradita a corte, volle ritirarsi nella città dove pare avesse dei beni e delle terre, passando per Sutri, dove incontrò Ireneo, Diacono che si dedicava al seppellimento dei Martiri e alla custodia delle loro tombe. Secondo altre versioni il compagno di Mustiola sarebbe Felice: non ci addentriamo in queste tormentose discussioni, irrilevanti per il nostro argomento.

Vero è che a Sutri esiste un culto di S. Mustiola, che è detta dulcissima. Quanto sia durato il viaggio, quanto abbia soggiornato a Chiusi è impossibile stabilire. A Cesareto, presso Panicale, la tradizione indica una pietra sulla quale la Santa avrebbe lasciato l'impronta del suo piede durante il suo passaggio. Nella città la Santa sarebbe vissuta aiutando i poveri e soprattutto, visitando e assistendo i carcerati, cosa che implica un periodo d'una certa consistenza.

A Chiusi avrebbe portato, secondo una tarda versione della leggenda, un anello che sarebbe stato quello di sposa della Vergine, offrendolo al culto della città.
Come si è detto la fantasia degli artisti e quella popolare la immaginano giovane, bella, ricca fanciulla romana, imparentata con la corte e destinata a un matrimonio con un potente personaggio. Essendo cristiana essa si ribella rifiutando le nozze e si nasconde a Chiusi dedicando la sua vita a Cristo e, alla preghiera e alla carità. Qui però la raggiunge la vendetta dell'imperatore che l'uccide senza riuscire a piegarla.

La traversata del Lago
Il miracolo più noto della Santa è la traversata delle acque sopra il suo mantello, un topos dell'agiografia e altri Santi hanno nelle loro vite questo prodigio. Particolare di questa Santa è la scia che lasciò nell'acqua il suo passaggio e si dice ricompaia nella notte della sua festa, ovvero all'alba del 2 luglio.

Inseguita dai soldati romani Mustiola si trova davanti alle acque del Lago di Chiusi che le sbarrano il cammino. La Santa allora stende il suo mantello sulle onde, vi sale sopra e attraversa facilmente le acque, sottraendosi alla furia dei persecutori.

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La traversata del Lago
Il miracolo più noto della Santa è la traversata delle acque sopra il suo mantello, un topos dell'agiografia e altri Santi hanno nelle loro vite questo prodigio. Particolare di questa Santa è la scia che lasciò nell'acqua il suo passaggio e si dice ricompaia nella notte della sua festa, ovvero all'alba del 2 luglio.

Inseguita dai soldati romani Mustiola si trova davanti alle acque del Lago di Chiusi che le sbarrano il cammino. La Santa allora stende il suo mantello sulle onde, vi sale sopra e attraversa facilmente le acque, sottraendosi alla furia dei persecutori.

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Tra i non molti martiri locali venerati in Toscana, la figura di Santa Mustiola è attestata da un culto antichissimo che lega il suo nome a una delle catacombe di Chiusi, sulla quale sorse anche una basilica a lei intitolata, poi abbandonata quando le reliquie della martire furono traslate della cattedrale cittadina. La vicenda di Mustiola sarebbe collegata a quella di un certo Ireneo, diacono di Sutri, che con lei viene ricordato. Arrestato con altri cristiani per aver dato sepoltura ad un martire e portato a Chiusi, Ireneo sarebbe stato assistito dalla nobile matrona Mustiola, forse parente dell'imperatore Marco Aurelio Claudio, noto anche come Claudio il Gotico o Claudio II (saremmo quindi intorno all'anno 270). Incarcerata a sua volta dal vicario Turcio, Mustiola dovette assistere al martirio di Ireneo e dei suoi compagni, prima di essere lei stessa fustigata a morte.  La memoria di Santa Mustiola e Sant'Ireneo cade il 3 luglio. Mustiola è la patrona principale di Chiusi.

La giovane Mustiola, perseguitata per la sua fede in Cristo, decise di scappare da Roma. Partì per Chiusi inseguita dai soldati romani mandati dall’imperatore Aureliano. Viaggiando sempre di notte per non essere vista, giunse in prossimità del nostro lago, sulla riva dalla parte umbra. Aspettò che arrivasse il giorno, per cercare qualcuno che con la barca glielo facesse attraversare. Nella nostra città risiedevano alcuni suoi parenti, presso i quali pensava di rifugiarsi. Il cielo intanto stava schiarendosi e non c’èra anima viva in giro. Udì ad un certo punto uno scalpitìo di cavalli e grida di uomini che si stavano avvicinando velocemente. Il suo pensiero andò subito ai soldati che la inseguivano. Sentitasi perduta, s’inginocchiò e pregò intensamente il Signore, perché accorresse in suo aiuto. Dopo pochi istanti, in mezzo ad un accecante bagliore, le apparve un Angelo che le disse di togliersi di dosso il mantello e di adagiarlo sull’acqua. Così fece e non appena lo ebbe posato, questo si distese e diventò rigido in maniera che lei potesse accomodarvisi sopra. Salì su questa barca improvvisata, che sospinta da una leggera brezza, lasciando dietro di se una luminosissima scia, in poco tempo la traghettò dall’altra parte del lago”. Sempre secondo il racconto, tutto questo accadde all’alba del tre d’aprile dell’anno 274.

A Chiusi c’è persino chi giura di aver visto ripetersi questo prodigio, all’alba dello stesso giorno in cui avvenne molti secoli fa.

                                                     

Si dice anche che in una roccia situata a circa trenta passi dalla chiesa del SS.mo Salvatore di Cesareto, tra Panicale e Paciano, vi siano impresse le impronte del piede e del ginocchio della Santa.

La leggenda, infatti, narra che la Santa mentre fuggiva da Roma, percorrendo la strada che portava a Chiusi, si fermò in quel luogo per riposarsi della fatica del lungo viaggio e prima di ripartire si inginocchiò davanti ad un sacerdote per avere la sua benedizione.